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Teatro Ostia Antica Festival Il senso del passato
DANZA

Requiem(s)

Teatro romano di Ostia

10 – 11 luglio 2026
creazione 2024 per 19 ballerini
coreografia Angelin Preljocaj
musica G. Ligeti, W. A. Mozart, System of a Down, J-S. Bach, H. Guonadottir, Chants médiévaux (anonymes), O. Messiaen,
G. F Haas, J. Jóhannsson, 79D
interpreti Lucile Boulay, Elliot Bussinet, Araceli Caro Regalon, Leonardo Cremaschi, Lucia Deville, Isabel García López,
Mar Gómez Ballester, Paul-David Gonto, Béatrice La Fata, Tommaso Marchignoli, Théa Martin, Víctor Martínez Cáliz,
Ygraine Miller-Zahnke, Max Pelillo, Agathe Peluso,
Romain Renaud, Mireia Reyes Valenciano,
Redi Shtylla, Micol Taiana

Lo spettacolo

Angelin Preljocaj porta in scena, nello straordinario scenario del Teatro romano di Ostia, Requiem(s): un’intensa riflessione sulla memoria, la perdita e il rapporto profondo tra vita e morte.

«Ho perso mio padre, mia madre e alcuni amici molto cari nel 2023. Questo ha fatto emergere in me un desiderio antico e profondo di coreografare i sentimenti legati alla perdita di una persona amata. In The Elementary Forms of Religious Life, il sociologo Émile Durkheim mostra come le civiltà si formino attraverso rituali di memoria. Il requiem appartiene a questa filiazione e a questa strutturazione della nostra società, della nostra comunità. Voglio esplorare tutte le emozioni che ci attraversano quando siamo in lutto. Non si tratta solo di tristezza o devastazione. C’è anche la memoria, la traccia della persona amata che continua a vivere dentro di noi.
Quando partecipiamo a un funerale, ricordiamo, condividiamo pensieri, e a volte persino ridiamo. Dalla ferita, che non si rimarginerà mai, può nascere una sorta di gioia: la gioia di ravvivare il ricordo della persona che abbiamo perso. La morte può così offrire anche sollievo e ulteriore profondità alla vita. Vorrei provare a trasmettere il sentimento che la vita sia un miracolo. In un certo senso, una celebrazione della vita.
Mi sono ispirato a Roland Barthes e il suo Mourning Diary, Gilles Deleuze e il suo Abécédaire, in particolare sul tema della vergogna di essere uomo vissuta da Primo Levi al ritorno dai campi. Ma anche la gioia di Nietzsche, che lui definisce tragica, quella del pastore Louis Pernot o del filosofo Clément Rosset, per i quali la gioia è una forza maggiore, capace di contenere sia gli aspetti negativi dell’esistenza sia il loro antidoto. Tutte queste fonti di ispirazione mi hanno fatto riflettere, emozionare, e saranno presenti in scena in modo diffuso. Queste riflessioni nutrono il mio lavoro e danno vita a una scrittura coreografica specifica. Per me la creazione non consiste nell’applicare un piano prestabilito, ma nel confrontarsi con la materia, in dialogo con i danzatori, per trovare percorsi inattesi. Come parlare questa lingua senza parole del lutto e rendere visibili sentimenti così complessi? La scrittura coreografica è un linguaggio universale che esprime ciò che le parole non riescono a dire.
Non volevo coreografare il requiem di Mozart, Fauré o Ligeti, ma proporre una trama musicale eterogenea, arricchita anche da creazioni sonore.
Si tratta piuttosto di requiem(s) coreografici, una processione di corpi che cerca di mettere in prospettiva il mosaico di sentimenti vissuti dopo una perdita».
Angelin Preljocaj

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