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Totò e Vicé

21 – 26 novembre 2017

di Franco Scaldati
interpretazione e regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

Lo spettacolo

Facciamo tutti e due gli stessi sogni

Gli elementi della drammaturgia di Scaldati che più ci attirano e che più caratterizzano la nostra vicinanza a questo autore sono le sue coppie di personaggi, che sono davvero uno lo specchio dell’altro, se non a volte un unico personaggio. Ci siamo resi conto che le battute sono intercambiabili: c’è come un’identità sdoppiata in ogni figura. Tra l’altro secondo noi il teatro si crea proprio nello specchiarsi fra attore e spettatore: questo Scaldati lo fa in modo evidente nei testi.  Le domande di Totò e Vicé hanno in sé già una risposta. L’altro completa e rinvia la domanda, come se i sogni dell’uno fossero i sogni dell’altro. C’è un passaggio in Totò e Vicé in cui questo aspetto viene proprio esplicitato, con la battuta «facciamo tutti e due gli stessi sogni». Questo sdoppiamento di un’identità è qualcosa che da un lato ci ha attirato e dall’altro ci ha permesso di approfondire un modo di stare in scena. Ci attrae e ci colpisce la poesia straordinaria di Scaldati. Leggere i suoi testi è una sorpresa ogni volta: la profondità dei pensieri diventa poesia dalla forza incredibile. Ovviamente non sono testi facili da rappresentare anche per via del dialetto. In Totò e Vicé abbiamo lavorato sulla traduzione italiana: la prima volta che Franco ha visto lo spettacolo è rimasto tanto entusiasta da lasciarci carta bianca. La lingua di Scaldati è davvero una lingua: se Shakespeare viene tradotto, perché allora non tradurre Scaldati? Nella traduzione si perde sì la bellezza e la musicalità del lavoro originario sulla parola, ma si conquista il pubblico. Ecco perché abbiamo avuto l’approvazione di Franco su questa scelta.

Enzo Vetrano e Stefano Randisi

 Rodolfo Di Giammarco, «la Repubblica»

«Il teatro che ti toglie il fiato con un nulla, il teatro che non distingue tra vivi e morti, il teatro che ti sfugge di mano e intanto però ti insegna il mistero dell’amore, il teatro che mette in scena due poveri cristi in una penombra di lumini e modeste luminarie e di fatto ti fa sentire l’insopportabile luce della felicità, il teatro che ti sembra logoro ed effimero e che al contrario ti riempe l’anima»

Massimo Marino «Corriere della Sera»

«Quei due clown marginali, precipitati dal buio in uno spazio popolato solo da una panchina e da tanti lumini, parlano di vita, di smarrimenti, di fantasmi con l’ingenuità dei bambini o dei poeti… Sono morti? Sono vivi? Ci ricordano come quei confini siano labili, continuamente transitori. Con ritmi teatrali impeccabili ci fanno ridere un po’ acre. Ci fanno pensare. Sognare.»

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