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La commedia della vanità

di Elias Canetti
traduzione Bianca Zagari
regia Claudio Longhi

con Fausto Russo Alesi, Donatella Allegro, Michele Dell’Utri
Simone Francia, Diana Manea, Eugenio Papalia, Aglaia Pappas
Franca Penone, Simone Tangolo, Jacopo Trebbi
e con Rocco Ancarola, Simone Baroni, Giorgia Iolanda Barsotti
Oreste Leone Campagner, Giulio Germano Cervi, Brigida Cesareo
Elena Natucci, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Martina Tinnirello
Cristiana Tramparulo, Giulia Trivero, Massimo Vazzana
violino Renata Lacko
cimbalom Sándor Radics

Lo spettacolo

Claudio Longhi, in continuità con alcuni dei suoi ultimi lavori fra cui La resistibile ascesa di Arturo Ui, Il ratto d’Europa Istruzioni per non morire in pace, accumunati tutti da una riflessione sull’idea di Europa nel nostro presente e nei primi anni del secolo scorso e sui rischi di uno sbandamento dittatoriale, porta in scena Elias Canetti, lo scrittore premio Nobel per la Letteratura nel 1981, che con la sua voce ha segnato profondamente il Novecento. «Per i suoi lavori caratterizzati da un’ampia prospettiva, ricchezza di idee e potere artistico», recita così la motivazione che ha accompagnato il premio.

Favola nera, racconto allegorico, distopia, La Commedia della vanità, è il testo scritto nel 1934 del premio Nobel per la Letteratura Elias Canetti, che oggi Claudio Longhi riporta in vita con un cast di due musicisti e ventitré interpreti, in una scena le cui fattezze ricordano un ambiguo circo-cabaret dal sapore rétro. La commedia della vanità racconta di una comunità il cui governo decide di vietare la vanità, e di punirla con la pena di morte. Ritratti, foto, specchi: tutto ciò che può in qualche modo farsi strumento di autocelebrazione viene bruciato in un grande falò, acclamato a gran voce dalla massa, che però di lì a poco si ritroverà nell’incubo della dittatura. In futuro ricorderemo questa come l’epoca dei selfie, pratica onnipresente tra narcisismo e autodeterminazione. Oggi Claudio Longhi ci accompagna in una densa riflessione sull’ambiguità e sul potere dell’auto-rappresentazione: esiste una possibilità di riconoscerci in una nostra immagine, senza dissolverci nella vacuità di quello stesso riflesso? Claudio Longhi è regista, docente universitario, saggista, critico e direttore artistico. Fautore di un teatro comunitario e politico, al percorso accademico affianca da sempre l’impegno teatrale, lavorando nel campo della regia, della formazione del pubblico e della ricerca. Dal 2017 è direttore di Emilia Romagna Teatro Fondazione.

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