Condannati a nascere e morire in città frettolose e inospitali, ci siamo abituati a rinchiuderci in uffici, strade trafficate, postazioni da smartworking e a sentirci a casa. Ci piace dimenticare il corpo dietro i ritmi urbani, scavalcare il prossimo e non guardarlo in faccia. Ci siamo affezionati allo smog, allo stress, alla vita depressa e seduta. Finché qualcosa si fracassa e sentiamo il bisogno disperato di fuggire. L’utopia bussa e noi siamo presi dall’ansia. Come il pinguino nichilista di Herzog che abbandona la sua colonia per trovare un proprio posto nel mondo, un giorno ci svegliamo sfiniti e sogniamo la fuga. Sogniamo di scappare dove non siamo mai andati, di maledire le nostre radici, di sradicarci, di rinnegare tutto, di abbandonare casa, sogniamo di andare a vivere in una tribù della Polinesia, magari. Un giorno prendiamo e ci uniamo a una comunità hippie tra i vitigni francesi. Un giorno decidiamo di farci esplodere in Comune pur di difendere l’unico pezzetto di verde della nostra cittadina.
Lo spettacolo racconta le contraddizioni delle pulsioni alla fuga e il rapporto conflittuale che instauriamo più o meno consapevolmente verso lo spazio pubblico che ci circonda, che abitiamo e che soprattutto subiamo. In scena maldestri avventurieri, terroristi giocherelloni, sciamani metropolitani, principesse che amano il fango, hippie delusi, maniaci del turismo. Tutti con le valigie pronte, pronti a scappare lontano, a far esplodere tutto o, addirittura, a un pic-nic.