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Lo spettacolo

Dirigo gli attori e le attrici della mia compagnia su un palcoscenico completamente vuoto. Gli spettatori e le spettatrici partecipano al nostro processo creativo. Siamo lì, nel ventre del teatro. Noi a fare gli esercizi e il pubblico ad assistere alla gestazione di un futuro spettacolo. Davanti ai nostri occhi nascono i sei personaggi portatori di un dramma doloroso, il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovanetto, la Bambina. Sono io la levatrice. Interrogo i nuovi nati, discutiamo, ascolto la loro storia. I sei personaggi non arrivano da dietro le quinte, ma s’incarnano nei corpi degli attori e delle attrici durante la palestra dei sentimenti, quando il livello della concentrazione è molto alto e profondo. Il pubblico assiste a questa transizione, l’attore si prepara, si concentra, richiama a sé il fantasma e il personaggio nasce, si insinua in lui con tutta la sua forza espressiva, con tutto il suo sapere e la sua voglia di vivere. Io, il Direttore, li seguo nell’azione, nelle parole, nei gesti ch’essi propongono; provo a volerli com’essi si vogliono. “Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato anche in tante altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche per se stesso un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!” e pian piano scopro che sono autonomi, non più disposti ad obbedire ai miei comandi. Si credono reali, in ogni gesto, in ogni parola, si piantano sul palco come alberi dalle forti radici. Io sono di fronte a loro. Ci guardiamo. Ci sfidiamo. Non se ne andranno, non ci lasceranno più.
IL PADRE sarà sulla cinquantina: stempiato, ma non calvo, fulvo di pelo, con baffetti folti quasi acchiocciolati attorno alla bocca ancor fresca, aperta spesso a un sorriso incerto e vano; piuttosto grasso, pallido segnatamente nell’ampia fronte; occhi azzurri ovati, lucidissimi e arguti: vestirà calzoni chiari e giacca scura; a volte sarà mellifluo; a volte avrà scatti aspri e duri.
LA MADRE sarà come atterrita e schiacciata da un peso intollerabile di vergogna e d’avvilimento. Velata da un fitto crespo vedovile, vestirà umilmente di nero, e quando solleverà il velo, mostrerà un viso non patito, ma come di cera, e terrà sempre gli occhi bassi.
LA FIGLIASTRA, di diciott’anni, sarà spavalda, quasi impudente. Bellissima, vestirà a lutto anche lei ma con vistosa eleganza. Mostrerà dispetto per l’aria timida, afflitta e quasi smarrita del fratellino, e una vivace tenerezza, invece, per la sorellina.
Lo squallido GIOVANETTO di quattordici anni, sarà vestito anch’esso di nero.
LA BAMBINA di circa quattro anni, sarà vestita di bianco con una fascia di seta nera alla vita.
IL FIGLIO, di ventidue anni, alto, quasi irrigidito in un contenuto sdegno per il Padre e in un’accigliata indifferenza per la Madre, mostrerà d’esser venuto controvoglia là su un palcoscenico.

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