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Popolizio legge Belli

Sonetti erotici e filosofici
con Massimo Popolizio e Valerio Magrelli

Lo spettacolo

Popolizio legge Belli per il pubblico dell’Argentina in una serata-evento tra i versi affilati, cinici, disperati e rivoluzionari del cantore della Città eterna più acclamato di tutti i tempi, Gioachino Belli. La voce del regista e attore Massimo Popolizio ci accompagna fra i sonetti erotici e filosofici per parlare della Roma di oggi e di sempre, riscoprendo il celebre spirito di un popolo che appariva al poeta come una “grandiosa macchina parlante”, tutt’uno con la sua città.
Roma sul palcoscenico dell’Argentina: la voce del regista e attore Massimo Popolizio incontra la poesia affilata, profondamente ironica e lirica del cantore della Città eterna più acclamato di tutti i tempi, Gioachino Belli. Una serata-evento tra i versi e le storie dell’universo belliano: l’amore carnale, la morte, il potere corrotto, la celebrazione della città e il sentimento di pietà. «Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo e questo io ricopio»: così scriveva il Belli nell’introduzione ai suoi Sonetti, la ricchissima raccolta in dialetto che ne decretò la fama, testimoniando la lingua e il celebre spirito del popolo romano che gli appariva come una grandiosa macchina parlante, tutt’uno con le piazze e i monumenti della città. «Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza». In questo senso i Sonetti vanno al di là di Roma stessa, diventano una vera e propria materia poetica che fa di Roma il mondo. Niente di pittoresco, i Sonetti sono cattivi, non assolutori, cinici, disperati, rivoluzionari. Il dialetto si trasforma in una vera e propria lingua d’arte senza tempo in grado di fare i conti con la modernità e dirci qualcosa di nuovo sul nostro presente. Così Popolizio restituisce alla scena i versi che il Belli stesso, cronista severo della sua epoca, immaginava destinati all’ascolto ancor più che alla lettura. Sul palco due acute intelligenze al lavoro: quella del mitico poeta, penna arguta e irriverente dell’Ottocento, e quella del grande interprete contemporaneo, che di quella voce si fa strumento e protagonista per accompagnare il pubblico attraverso le strade della Roma di oggi e di sempre.

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